Dal laboratorio di improvvisazione, senza la FORMA il patatrac è assicurato!

Questo è il quinto e ultimo assaggio del “Laboratorio di improvvisazione contemporanea – Le abilità necessarie per improvvisare in una band”.

Ti ricordo i 5 elementi fondamentali per l’improvvisazione elencati dal più basico, istintivo, urgente al più ricercato, raffinato, e intellettuale (ma tutti ugualmente importanti):

  1. Ritmo
  2. Melodia
  3. Funzioni armoniche
  4. Voicing per accompagnamento e solista
  5. Forma, texture, orchestrazione

Nel quinto incontro si parla di FORMA!

Della serie, chi ben comincia è a metà dell’opera. Ma poi come si finisce? Si può comporre un pezzo con qualsiasi struttura o forma, ma se il brano è da sviluppare improvvisando in una band conviene usare una forma standardizzata.

Non esistono regole o leggi assolute per questo, ma se ti trovi sul palco con diversi musicisti contemporaneamente, o vi date un ordine su quale armonia, melodia e ritmo usare, altrimenti dimenticatevi di essere richiamati a suonare in quel club (esperienza vissuta in prima persona!!).

5 trucchi scientificamente provati per avere l’attenzione del pubblico in jam session

(… scientificamente provati perché sfido chiunque a suonare senza!)

Forse non tutti nel tuo gruppo saranno d’accordo con quest’idea. Sai come ragionano molti: “Ma io faccio musica per divertirmi”, oppure “Ma io non credo che Jimi Hendrix (o Kurt Cobain, Fabri Fibra, …) si facciano queste pippe mentali”. Beh, ho una cattiva notizia per loro: gli schemi ci sono, eccome! Se poi i tuoi compagni di viaggio vogliono mettere la testa sotto la sabbia, lasciali fare. Tanto saranno costretti a seguire chi ha un’idea chiara in testa.

In pratica qualsiasi brano (scritto o improvvisato) ha uno schema di base fisso su cui si può sviluppare. La figura 1 semplifica al massimo le porzioni in cui il brano si può suddividere.

Figura 1
Figura 1

In questo post andiamo a vedere come interpretare la figura 1 nella tipica jam session dove i musicisti a turno improvvisano. Cioè in quella pratica interessante (ma che non può essere l’unica!) di fare esperienza in gruppo, senza avere precedentemente organizzato prove o arrangiamenti.

Ripeto, la jam session è una parte fondamentale dell’esperienza del musicista ma non l’unica su cui concentrare l’attenzione dello studio. Nella jam si sviluppa la qualità di un musicista di risolvere al volo situazioni non previste, a volte con risultati piacevoli dal punto di vista emotivo ma spesso con molta approssimazione e poche possibilità di evoluzione (se la jam rimane l’unica modalità con cui si fa musica).

Nel tempo, si sono venute a standardizzare una serie di possibilità per gestire le varie porzioni di un brano in una jam improvvisata. Per comodità e in base alla mia esperienza, ne ho sintetizzate 5 per “zona”:

  • 5 possibilità per le introduzioni (I)
  • 5 possibilità per le sezioni (S) o core del brano
  • 5 possibilità per il finale o ending (E). Per non massacrare la pazienza del pubblico!!

5 tipi di I, ovvero 5 sistemi per introdurre un brano

Figura 2
Figura 2

Tutto sommato questa è la sezione meno problematica. Inventare una partenza è piuttosto facile perché l’ascoltatore non sa ancora esattamente cosa aspettarsi dal gruppo. Però già in questa fase è possibile far capire il gusto e la maestria dei musicisti usando degli elementi che anticipano ciò che succederà durante lo sviluppo del brano.

5 possibili tipi per uno strumento solista o per un combo:
I1.
Presentare una parte del tema principale (2 o 4 battute compresa l’armonia)
I2. Basarsi sul materiale del tema ma variandolo (es. una frase tipica del tema, ma magari con trasporto diatonico o con cromatismi)
I3. Richiamare l’atmosfera del tema
I4. Creare un giro ritmico, anche diverso da quella che si userà nelle sezioni successive
I5. Utilizzare il giro armonico del brano, creando però melodie differenti

5 tipi di S, ovvero 5 tipi di Strutture di brani

La struttura con questo significato è chiamata anche forma.

Figura 3
Figura 3

Questa parte è il vero cuore del brano, ovvero quella zona di ampiezza maggiore rispetto alle altre due che permette di differenziare un brano dall’altro.

Idealmente la zona Sezioni è a sua volta divisa in tre parti:
Parte 1.
Di solito serve per eseguire la melodia del brano detta Tema o head
Parte 2. Qui si riutilizza la struttura armonica che serve da base per l’alternarsi del solo dei solisti
Parte 3. In genere alla fine dei soli si riesegue la head, per poi passare all’ending. Nei brani particolarmente lenti può capitare di eseguire solo la parte finale della head.

Figura 4
Figura 4

5 possibili tipi di chorus o sezioni:
S1.
La forma blues di 12 battute
S2. La forma AABA
S3. La forma ABAC
S4. La struttura su ostinato e variazioni
S5. La non-forma (evitare le risate!!).

S1. La forma classica del blues di 12 battute, divisa in 3 sezioni di 4 battute ciascuna. La figura 5 mostra la struttura in 12 battute del blues che forma il chorus.

Figura 5
Figura 5

La figura 6 è un adattamento della figura 4 al blues.

Figura 6
Figura 6

S2. La più usata forma AABA di solito di 32 battute (8 per ogni lettera), ad esempio “Body and Soul“, il classico Rhythm change.

Figura 7
Figura 7

S3. La forma ABAC, spesso di 32 battute. Di diverso rispetto alla AABA è il fatto di avere tre porzioni in gioco anziché solo due. Il vantaggio è che si hanno più differenze e quindi meno problemi di confondere le A1 dalle A2 o A3. Contemporaneamente comporta un impegno leggermente superiore nella memorizzazione. Il brano “The day of wine and roses” è un esempio classico di ABAC.

Figura 8
Figura 8

S4. La struttura su ostinato e variazioni equivale a un’unica sezione A che si ripete con piccole variazioni. Spesso è un ostinato del basso che sorregge tutto il brano.

Figura 9
Figura 9

S5. La non-forma. In pratica è un modo di lavorare molto libero dove l’improvvisazione è gestita all’istante senza una struttura armonica di riferimento. Le possibilità sono infinite, ma può essere comunque utile lavorare su una melodia di base, un ritmo o una atmosfera particolare. Gli esempi per questo caso non si contano.

5 tipi di E, ovvero 5 modelli per chiudere al volo un brano

 (ed evitare di assassinare la pazienza del pubblico perché la band non sa come finire il pezzo!)

Figura 10
Figura 10

Questa sezione è particolarmente importante nella jam perché nel finale si gioca il ricordo che si lascia del pezzo appena finito (e l’eventuale applauso del pubblico!!).

Quindi diventa di estrema importanza avere a disposizione diverse possibilità per finire il brano in modo decente.

La scelta estemporanea di una di queste 5 strade richiede un minimo di conoscenza da parte della band e soprattutto orecchie e occhi aperti e prontezza di riflessi. Anche qui l’esperienza gioca la partita più importante.

Il tutto chiaramente senza far notare le difficoltà al pubblico, il quale deve essere portato dolcemente verso il finale senza percepire nessuno stress da parte dei musicisti.

Le 5 possibilità di chiusura che ho scelto tra tante sono:
E1.
II/V che sale di un tono
E2. Ripetizione del turnaround con aggiunta di dominante secondaria
E3. Alternanza di I e IV ad libitum
E4. Ostinato ritmico
E5. Chiusura secca

E1. Il II/V che sale di un tono è un trucco classico per finire l’esecuzione del tema. Nel jazz mainstream è molto utilizzato e suona quindi un po’ sorpassato, ma pur di finire degnamente una jam si può soprassedere all’originalità.

Figura 11
Figura 11

In pratica al frammento delle ultime 4 battute (chiamato turnaround) vengono aggiunte 4 battute che formano la coda.

E2. La ripetizione del turnaround con dominante secondaria è molto usata ed efficace.

Figura 12
Figura 12

In pratica all’ultima battuta dell’originale si inserisce la dominante del II (il V del II) per rilanciare il turnaround e ripeterlo solitamente 2 volte. In questo caso vengono aggiunte 8 battute che formano la coda.

E3. Alternare I e IV “in loop” è un buon effetto per aggiungere improvvisazioni melodiche e far rallentare il brano. Questo trucco è efficace specialmente nei brani medium o ballad.

Figura 13
Figura 13

E4. Ostinato ritmico. In brani con ritmi latin o comunque molto intensi è interessante chiudere rimanendo sull’accordo di tonica e creare un ostinato ritmico-melodico di 1-2 battute su cui uno strumento improvvisa e dà il segno di chiusura.

La batteria è certamente lo strumento più efficace per improvvisare su questo tipo di finale ed è anche quella che può permettersi di chiarire quale sarà l’ultima battuta su cui finire, dando una seria di accenti preparatori.

E5. La chiusura secca è chiaramente quella più pericolosa alla fine di una jam perché richiede grande chiarezza da parte di tutti su come e quando finire, oppure si rischia il patatrac. Se ci ritrova in un piccolo combo o meglio in trio è relativamente facile. Occhi, orecchi e riflessi pronti sono fondamentali per non trasformare questo tipo di ending in una figuraccia da dilettanti.

Esercizio pratico: mettiti alla prova!

Ed ora per rinforzare questi concetti guarda e ascolta questi 2 video. Cercare di individuare quali tipi di I, S e E usati.

VIDEO 1
Ecco un brano originale, “Psaico Bop“. La sfida è ascoltare e seguire il flusso della musica, e contemporaneamente mantenere la chiarezza di dove ci si trova a livello di struttura.

Figura 14
Figura 14

VIDEO 2
E ora “Nardis“, un pezzo famosissimo di Miles Davis

Figura 15
Figura 15

Questo post ha il proposito di fornirti una grande scelta nel costruirti un repertorio personale di strutture di chorus, preceduti da intro efficaci e seguiti da finali che funzionano. Per ora non preoccuparti troppo di ricordarti tutto alla perfezione, con l’esperienza diventa tutto facile e chiaro.

Comunque sia, che tu conosca o meno queste strutture a livello cosciente, sappi che esistono sempre. Per questo il tuo istinto arriverà a padroneggiarle con la pratica corretta.

Mente aperta!!

tiziano

2 pensieri su “Dal laboratorio di improvvisazione, senza la FORMA il patatrac è assicurato!

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